RVCA: che aria tira?
Hai 33 anni, tre figli, un giardino con la siepe, la station wagon e un’halfpipe di piccole dimensioni nel garage. Frequenti gli skatepark in pausa pranzo, quando i ragazzini sono ancora a scuola. Un giorno ne becchi uno che bigia, 15 anni al massimo. Si avvicina, ammicca come un adulto e ti chiede se vuoi giocare con lui «al game of skate». Game cosa, pensi, ma non lo dai a vedere. Rispondi gentile che no, stai tornando al lavoro. In ufficio corri a browsare, e scopri che il gioco è una sfida a colpi di trick uno-contro-uno, come fosse una partita di basket. Intanto, sul blog di riferimento, vedi campeggiare un RIP: “Una delle migliori persone che mai abbia abitato lo skateboarding italiano ha lasciato questo mondo”, dice. Era giovanissimo, si è impiccato. Torni a casa, saluti tuo figlio, 4 anni, che tutto felice ti mostra il trofeo del giorno. Si tratta di: 1) un finger-skate; 2) brandizzato Skifiltors – quelli di quand’eri piccolo tu; 3) con su stampata la bandiera dell’Inter (siamo ai tempi della finale di Champions, va bene. Ma che cazzo c’entra?). Morale della favola: tu pensi che lo skate sia una cosa, e lo pensi per 20 anni. Poi scopri che l’halfpipe è una metafora rovesciata, qualcosa che ha ceduto alla forza di gravità, esattamente come questa installazione di Dan Colen. O forse no, ti sbagli. Comunque tira una strana aria.
Stranissima. Vuoi capirci qualcosa, accetti un invito. Arriva a Milano la crew più “core” e “rad” della scena skate americana: il team del brand losangelino RVCA, che è anche un laboratorio artistico parecchio indie. Il programma prevede un tour nei migliori spot milanesi, dove le skatestar si faranno fotografare aeree e caduche come farfalle.
Hai 33 anni, tre figli, un giardino con la siepe, la station wagon e un’halfpipe di piccole dimensioni nel garage. Frequenti gli skatepark in pausa pranzo, quando i ragazzini sono ancora a scuola. Un giorno ne becchi uno che bigia, 15 anni al massimo. Si avvicina, ammicca come un adulto e ti chiede se vuoi giocare con lui «al game of skate». Game cosa, pensi, ma non lo dai a vedere. Rispondi gentile che no, stai tornando al lavoro. In ufficio corri a browsare, e scopri che il gioco è una sfida a colpi di trick uno-contro-uno, come fosse una partita di basket. Intanto, sul blog di riferimento, vedi campeggiare un RIP: “Una delle migliori persone che mai abbia abitato lo skateboarding italiano ha lasciato questo mondo”, dice. Era giovanissimo, si è impiccato. Torni a casa, saluti tuo figlio, 4 anni, che tutto felice ti mostra il trofeo del giorno. Si tratta di: 1) un finger-skate; 2) brandizzato Skifiltors – quelli di quand’eri piccolo tu; 3) con su stampata la bandiera dell’Inter (siamo ai tempi della finale di Champions, va bene. Ma che cazzo c’entra?). Morale della favola: tu pensi che lo skate sia una cosa, e lo pensi per 20 anni. Poi scopri che l’halfpipe è una metafora rovesciata, qualcosa che ha ceduto alla forza di gravità, esattamente come questa installazione di Dan Colen. O forse no, ti sbagli. Comunque tira una strana aria.
Stranissima. Vuoi capirci qualcosa, accetti un invito. Arriva a Milano la crew più “core” e “rad” della scena skate americana: il team del brand losangelino RVCA, che è anche un laboratorio artistico parecchio indie. Il programma prevede un tour nei migliori spot milanesi, dove le skatestar si faranno fotografare aeree e caduche come farfalle.
Le 12 ore che trascorri con loro sono così suddivise: una in Stazione Centrale, tre al parcheggio di Lampugnano, tre a Birone, in Brianza, una davanti alla biblioteca di Seregno, sempre Brianza, due nella piazzetta di Rozzano e le restanti all’unico ristorante aperto sui Navigli, perché è lunedì. La carovana è composta da due van pieni di 20enni. Belli, svogliati, introversi. Forse anche talentuosi, ma oggi non è giornata per scoprirlo. C’è Kevin “Spanky” Long, che sembra tua figlia, ma ha i capelli più lunghi, un passato da alcolista e tu per sbaglio lo fai anche tremare, quando gli versi un po’ di Tavernello nel bicchiere. C’è Leo Romero, icona indiscussa, mostro di bravura, che oggi però non ha skeitato, ma ha accordato tutto il giorno il suo ukulele sui marciapiedi. C’è Cory Kennedy, lo vedi e pensi “questo diventerà il campione del mondo”, poi scazza con i bambini in un parchetto e spacca la sua tavola per la rabbia. C’è Michael Burnett, fotografo e vicedirettore di Thrasher Magazine, che è appena diventato papà, ma a casa, dice, non ci sta mai. C’è Angelo Netto, italiano, che sarebbe qui per imparare, ma ruba la scena a tutti chiudendo il migliore trick del giorno. Al ristorante, il Woodstock 3 di Porta Genova, un’epifania simbolica, l’epilogo di cui avevi bisogno: Francesco “Nongio” Mandelli. Così, davanti alla boccia di un limoncello puoi sfogarti con lui ricordando i bei vecchi tempi di quando lo skate era una moda passeggera. Tanti anni fa...
Testo di Matteo Maresi
Testo di Matteo Maresi
RVCA: che aria tira?
Hai 33 anni, tre figli, un giardino con la siepe, la station wagon e un’halfpipe di piccole dimensioni nel garage. Frequenti gli skatepark in pausa pranzo, quando i ragazzini sono ancora a scuola. Un giorno ne becchi uno che bigia, 15 anni al massimo. Si avvicina, ammicca come un adulto e ti chiede se vuoi giocare con lui «al game of skate». Game cosa, pensi, ma non lo dai a vedere. Rispondi gentile che no, stai tornando al lavoro. In ufficio corri a browsare, e scopri che il gioco è una sfida a colpi di trick uno-contro-uno, come fosse una partita di basket. Intanto, sul blog di riferimento, vedi campeggiare un RIP: “Una delle migliori persone che mai abbia abitato lo skateboarding italiano ha lasciato questo mondo”, dice. Era giovanissimo, si è impiccato. Torni a casa, saluti tuo figlio, 4 anni, che tutto felice ti mostra il trofeo del giorno. Si tratta di: 1) un finger-skate; 2) brandizzato Skifiltors – quelli di quand’eri piccolo tu; 3) con su stampata la bandiera dell’Inter (siamo ai tempi della finale di Champions, va bene. Ma che cazzo c’entra?). Morale della favola: tu pensi che lo skate sia una cosa, e lo pensi per 20 anni. Poi scopri che l’halfpipe è una metafora rovesciata, qualcosa che ha ceduto alla forza di gravità, esattamente come questa installazione di Dan Colen. O forse no, ti sbagli. Comunque tira una strana aria.
Stranissima. Vuoi capirci qualcosa, accetti un invito. Arriva a Milano la crew più “core” e “rad” della scena skate americana: il team del brand losangelino RVCA, che è anche un laboratorio artistico parecchio indie. Il programma prevede un tour nei migliori spot milanesi, dove le skatestar si faranno fotografare aeree e caduche come farfalle.
Hai 33 anni, tre figli, un giardino con la siepe, la station wagon e un’halfpipe di piccole dimensioni nel garage. Frequenti gli skatepark in pausa pranzo, quando i ragazzini sono ancora a scuola. Un giorno ne becchi uno che bigia, 15 anni al massimo. Si avvicina, ammicca come un adulto e ti chiede se vuoi giocare con lui «al game of skate». Game cosa, pensi, ma non lo dai a vedere. Rispondi gentile che no, stai tornando al lavoro. In ufficio corri a browsare, e scopri che il gioco è una sfida a colpi di trick uno-contro-uno, come fosse una partita di basket. Intanto, sul blog di riferimento, vedi campeggiare un RIP: “Una delle migliori persone che mai abbia abitato lo skateboarding italiano ha lasciato questo mondo”, dice. Era giovanissimo, si è impiccato. Torni a casa, saluti tuo figlio, 4 anni, che tutto felice ti mostra il trofeo del giorno. Si tratta di: 1) un finger-skate; 2) brandizzato Skifiltors – quelli di quand’eri piccolo tu; 3) con su stampata la bandiera dell’Inter (siamo ai tempi della finale di Champions, va bene. Ma che cazzo c’entra?). Morale della favola: tu pensi che lo skate sia una cosa, e lo pensi per 20 anni. Poi scopri che l’halfpipe è una metafora rovesciata, qualcosa che ha ceduto alla forza di gravità, esattamente come questa installazione di Dan Colen. O forse no, ti sbagli. Comunque tira una strana aria.
Stranissima. Vuoi capirci qualcosa, accetti un invito. Arriva a Milano la crew più “core” e “rad” della scena skate americana: il team del brand losangelino RVCA, che è anche un laboratorio artistico parecchio indie. Il programma prevede un tour nei migliori spot milanesi, dove le skatestar si faranno fotografare aeree e caduche come farfalle.
Le 12 ore che trascorri con loro sono così suddivise: una in Stazione Centrale, tre al parcheggio di Lampugnano, tre a Birone, in Brianza, una davanti alla biblioteca di Seregno, sempre Brianza, due nella piazzetta di Rozzano e le restanti all’unico ristorante aperto sui Navigli, perché è lunedì. La carovana è composta da due van pieni di 20enni. Belli, svogliati, introversi. Forse anche talentuosi, ma oggi non è giornata per scoprirlo. C’è Kevin “Spanky” Long, che sembra tua figlia, ma ha i capelli più lunghi, un passato da alcolista e tu per sbaglio lo fai anche tremare, quando gli versi un po’ di Tavernello nel bicchiere. C’è Leo Romero, icona indiscussa, mostro di bravura, che oggi però non ha skeitato, ma ha accordato tutto il giorno il suo ukulele sui marciapiedi. C’è Cory Kennedy, lo vedi e pensi “questo diventerà il campione del mondo”, poi scazza con i bambini in un parchetto e spacca la sua tavola per la rabbia. C’è Michael Burnett, fotografo e vicedirettore di Thrasher Magazine, che è appena diventato papà, ma a casa, dice, non ci sta mai. C’è Angelo Netto, italiano, che sarebbe qui per imparare, ma ruba la scena a tutti chiudendo il migliore trick del giorno. Al ristorante, il Woodstock 3 di Porta Genova, un’epifania simbolica, l’epilogo di cui avevi bisogno: Francesco “Nongio” Mandelli. Così, davanti alla boccia di un limoncello puoi sfogarti con lui ricordando i bei vecchi tempi di quando lo skate era una moda passeggera. Tanti anni fa...
Testo di Matteo Maresi
Testo di Matteo Maresi
